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Faezeh Mardani

Adjunct professor

Department of History and Cultures

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Recente letteratura persiana sulla guerra imposta con particolare riferimento a tre romanzi tradotti in italiano

Recente letteratura persiana sulla guerra imposta con particolare riferimento a tre romanzi tradotti in italiano

Abstract : L’articolo intende presentare una breve indagine introduttiva su un genere narrativo nato durante il lungo conflitto tra Iran-Iraq (1980-88) che, nel suo sviluppo nei decenni successivi, ha dato vita a uno dei modelli letterari più presenti e più letti della letteratura persiana contemporanea. Uno sguardo alla pubblicazione in lingua italiana di tre romanzi: “Viaggio in direzione 270°” di Ahmad Deháqn [#_ftn1], “A Tehran le lumache fanno rumore” di Zahrá ‘Abdì [#_ftn2], “Sull’amore e altre cose” di Mostafá Mastur [#_ftn3], permette un iniziale approccio alle peculiarità di questo ricco e prolifico capitolo della nuova narrativa persiana.

«Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d'amore// Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita»

Veglia, Giuseppe Ungaretti

La letteratura persiana contemporanea nasce e si sviluppa in concomitanza con la prorompente e rapida modernizzazione dell’Iran, avviata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Molteplici fattori politici, economici, religiosi e culturali danno vita a una celere trasformazione politico-sociale che sfocia nel grande movimento costituzionalista, il quale determina il crollo di un sistema monarchico plurimillenario salutando l’entrata dell’Iran nel Nuovo secolo. La Rivoluzione costituzionale (1906-1911) annovera tra i suoi principali protagonisti non un forte e addestrato esercito oppure una folla di persuasi difensori della democrazia bensì una armata di poeti, scrittori, giornalisti, audaci uomini di cultura e fervidi sostenitori del cambiamento e del rinnovamento. Il cammino risoluto e appassionato della nuova letteratura prende forza dal tortuoso percorso dei mutamenti politico-sociali del Novecento mentre si sviluppa una radicale e tuttora in atto interrelazione e interdipendenza tra la realtà storica e la finzione letteraria. Mediante una attenta osservazione si nota che la storia degli ultimi cento anni del paese è stata scritta in due versioni divergenti: quella ufficiale sostenuta dal potere politico e quella letteraria sempre stretta tra le grinfie della censura a causa del profondo senso dell’impegno civile in essa profuso. Gran parte degli autori modernisti credono alle elevate capacità di una scrittura impegnata in grado di catalizzare e trasformare le menti dei lettori generando una consapevolezza etica e sociale in grado di generare una nuova coscienza politica. Tale convinzione scorre come linfa vitale nelle vene di gran parte della produzione artistica e letteraria iraniana del secolo appena trascorso. Varie forme artistiche come cinema, teatro, pittura, musica e soprattutto letteratura riescono a trovano una comunicazione diretta, attiva ed efficace con il pubblico quando si fanno l’intima voce della protesta e la profonda percezione del disagio sociale. Uno sguardo comparatistico alle metamorfosi socio-politiche in relazione a ciò che viene considerata la letteratura contemporanea persiana, evidenzia una coesistenza e reciprocità dei mutamenti storico-letterari e delinea lo sviluppo di differenti generi di scrittura e il loro radicarsi nella lunga e ricca storia letteraria persiana.

La Rivoluzione iraniana del febbraio 1979 e l’attacco militare iracheno sul confine sud occidentale dell’Iran, nel settembre del 1980, sono due eventi che, oltre a sconvolgere drasticamente l’assetto politico e sociale del paese, lasceranno un’indelebile impronta sulla nascita dei nuovi modelli di produzione artistica e letteraria. Il crollo della monarchia Pahlavi, il referendum popolare a favore dello stabilirsi di una “Repubblica islamica”, la modifica della Carta costituzionale, l’islamizzazione di ogni aspetto della società iraniana, la spinosa questione dei rapporti con l’Occidente e le dure conseguenze economiche, l’assalto all’ambasciata americana e la lunga prigionia degli ostaggi, l’epurazione culturale attraverso l’espulsione e l’allontanamento degli intellettuali, scrittori e poeti non coerenti alla conformazione teologica dell’assetto politico, il drastico mutamento della condizione femminile e, infine, gli otto anni di conflitto contro il vicino Iraq (1980-1988), considerata la guerra imposta (jang-e tahmili) o la sacra difesa (defá’-e moqaddas), sono eventi salienti del primo decennio della nuova realtà storica.

La lunga e logorante esperienza della guerra, oltre a rinsaldare le fondamenta del neonato regime e impegnare il popolo in una difficile sfida patriottico-religiosa, dà vita a un nuovo e prospero capitolo nella storia letteraria dell’Iran contemporaneo definito come Letteratura della guerra (adabiyát-e jang) o Letteratura della resistenza (adabiyát-e páydári) . Tra le tematiche principali e modalità stilistiche di questo genere letterario, strettamente affini e inerenti ai moti rivoluzionari del ’79, osserviamo quella epico-religiosa, realistico-drammatica, idealistico-esortante, propagandistico-demagogica, patriottico-nazionalista, tragico-passionale, eroico-sacrificale, trionfalistico-esaltante, e altre ancora…

Nel corso dei primi due decenni, dal 1980 al 2000, la nazione viene travolta pienamente dagli effetti devastanti delle ostilità belliche e ne consegue che le opere letterarie del periodo abbondino di materiale a carattere descrittivo, diaristico, documentaristico proprio del reportage quotidiano dalla trincea. Tale produzione, sostenuta e caldeggiata dalle autorità governative, avrà un impatto determinante nel galvanizzare i sentimenti patriottici. Sentimenti che ora si uniscono al profondo pathos religioso ispirato agli eroi martiri della prima storia degli imam sciiti. La saga di passione e di sacrificio del terzo imam sciita, il nipote del Profeta, Imam Hosein, e il suo tragico immolarsi nel deserto di Karbelá (680 d.c), in una guerra impari con l’esercito del Califfato, determina l’elemento esaltante che attira centinaia di migliaia di volontari, spesso giovanissimi, verso le trincee di morte e di martirio allo scopo di difendere la Fede e la patria.

Ci limiteremo ad evidenziare qui alcuni aspetti specifici di questo prolifero genere letterario soffermandoci su tre romanzi recentemente tradotti e pubblicati in lingua italiana: Viaggio in direzione 270° di Ahmad Deháqn, A Tehran le lumache fanno rumore di Zahrá ‘Abdì, Sull’amore e altre cose di Mostafá Mastur.

La trincea

Il veicolo, come un cavallo imbizzarrito, si avventa ferocemente contro di lui. Ali, barcollando, indietreggia di qualche passo. I mezzi in fiamme alle sue spalle proiettano, in una sorta di danza della morte, la sua ombra sul carro armato. Un urlo che non mi pare per nulla umano emerge dagli abissi della gola di Ali. Il corazzato lo arrotola fino a farlo sparire sotto di sé. Quando il mezzo mi passa davanti mi accorgo che, procedendo diritto, arde. Una lingua di fuoco divide a metà la torrida ed incandescente distesa. Corro come un forsennato in direzione di Ali. È come se, poggiando i piedi sulle nuvole, fluttuassi nel cielo. Da quanto la strada pare allungarsi, sento che non arriverò mai. Sono come un cane che, ansimando, si precipita verso un punto della pianura. Sono mezzo morto. Raggiungo Ali e mi fermo sopra di lui. Ali, lo sguardo incredulo e spaventoso, ha gli occhi incollati a me. Mi acquatto. Il carro armato gli è passato sopra la cintola. La carotide ancora pulsa, l’occhio sinistro è percorso da spasmi. È tranciato a metà, di netto. Prendo in grembo la sua testa. Stringo ciò che resta di lui, dalla vita in su. Di ciò che si trovava sotto non rimangono che brandelli sparpagliati sulla striscia tracciata dal cingolo. Il suo tronco sprigiona un odore di sangue. Subito dopo, un vapore, contorcendosi, si alza verso la volta celeste. Il sangue, di un rosso vivo, si è riversato a terra. Fisso il suo volto. Pare percorso da una scia di dolore immenso. Un dolore grande quanto il mondo intero. Quando gli passo la mano sul viso, il labbro si scosta buttando fuori frammenti di denti. Vorrei gridare. Soffocherò, se non grido. Qualcosa mi si è incastrato in gola. Qualcosa come una montagna. [4] [#_ftn4]

Il romanzo di Dehqán è un viaggio nelle viscere spaventose delle trincee dove l’Autore stesso è la voce narrante che sperimenta sulla propria pelle la vicenda eroica della guerra e la racconta in una scrittura descrittiva e diaristica. La storia si snoda semplicemente attraverso i dialoghi tra piccoli e semplici eroi che, nonostante l’intimo terrore, cercano di vivere coraggiosamente la tragedia annunciata del loro sacrificio pensando e credendo ai grandi ideali di salvezza eterna e vittoria finale. Un reportage che si limita a descrivere ogni piccolo dettaglio della realtà tangibile circostante senza pretesa di produrre un’opera letteraria. Come se il tema stesso fosse così imponente e autosufficiente da non permettere nessuna ricostruzione artistico-letteraria la quale potrebbe apparire retorica rispetto alla pura crudezza del racconto. La descrizione dei sentimenti dei protagonisti, pressoché anonimi, resta in superfice degli eventi giornalieri e non lascia spazio a uno sguardo più intimo agli stati d’animo e alle profonde impressioni dei personaggi che ogni giorno affrontano la morte dei compagni. I sogni premonitori e le esperienze oniriche del protagonista Náser e dei suoi compagni, tinge l’atmosfera cupa del romanzo di un senso metafisico di purezza e innocenza e sottolinea la forte presenza del sentimento religioso che aleggia su tutti gli accadimenti tragici dell’intero romanzo. La figura femminile rappresenta l’emblema della madre-coraggio che fiera accetta il sacrificio del figlio e ne condivide, al di là di ogni strazio materno, i grandi ideali di giustizia e salvezza eterna. Seppur in ombra, la figura della donna ritrae la sacralità del legame familiare rappresentando l’archetipo del sacrificio personale speso a favore degli ideali di un eroismo che consacra i sentimenti dell’epica religioso-patriottica. L’autenticità dello sguardo dell’Autore sulle paure, sulle fragilità dei protagonisti e sulla loro conseguente trasformazione in eroi, resa soprattutto da una scrittura essenziale e assai capace nel documentare in modo netto i fatti storici, fa del romanzo uno dei testi più riusciti di questo modello narrativo.

Le ferite invisibili

Nei due decenni successivi, dal 2000 ad oggi, gli scrittori inizieranno a impostare il racconto dell’esperienza collettivamente vissuta in modo più complesso, più sobrio e soprattutto più intimistico e psicologico. Il nuovo approccio narrativo tende a scoprire le ferite profonde, spesso invisibili, prodotte dal conflitto, con un linguaggio simbolico e metaforico che rimanda ai segni indelebili delle trincee psichiche e spirituali scavate dentro a ogni suo protagonista che sia stato vicino o lontano dal conflitto reale.

-Ti ricordi cosa ti ho detto della mamma, dei suoi pianti, dei suoi lamenti, di quello che dice?

Scuote la testa:

-Ebbeene?

-Vorrei vedere cosa fa nella stanza di Khosrou. Ho paura che stia impazzendo.

-Stupidella, tutte le madri che hanno perso un figlio si comportano in questo modo. Soprattutto quelle che non hanno una pietra tombale su cui piangere. Nutrono una tale speranza nel suo ritorno che a poco a poco si dimenticano che questo non può avvenire. Tu che cerchi?

-Vorrei dire che mi piacerebbe capire perché khosrou, che era innamorato di Afsun, d’un tratto ha mollato tutto e se n’è andato. E perché mamma piange in quel modo in camera di lui? E perché io ho ancora paura di quella stanza dopo ventidue anni? Vorrei rispondere che ho fifa di svanire nel tempo, come Khosrou, temo che il mio nome diventi Khosrou; ho orrore che la mia camera si riempia di lumache e che il mio destino sia quello di macerarmi il corpo. Vorrei dire che ho paura di questa casa, dell’albero di noce, di rimanere senza un sepolcro. La mia immaginazione mi provoca sgomento. Ma come al solito caccio me stessa in fondo e dico:

-Non lo so! …

… Ieri notte ho sognato che avevo una noce in un angolo del mio grembo grande come una prugna. Papà in giardino stava piantando i bulbi di giacinto per poi invasarli e vendere i fiori a capodanno. Le radici di noci spuntate nel mio grembo le avevo trapiantate accanto ai giacinti. Lì erano diventate verdi e avevano dato frutti, noci e chiavette usb.

Forse, se avessi seminato nel ficus i miei ovuli striminziti, a quest’ora avrei già partorito. La chiavetta da otto giga, aggiungendone un altro, diventa da nove, allora forse, invece che seppellita viva, al compimento dei nove mesi sarebbe venuta al mondo con un bimbo umano.[5] [#_ftn5]

A Tehran le lumache fanno rumore della giovane scrittrice Zahrá ‘Abdì appartiene alla seconda fase dello sviluppo della letteratura di guerra. Diversamente dalla quasi totalità della produzione dei primi vent’anni, ‘Abdì mette al centro della narrazione tre figure femminili che vivono l’assenza dolorosa e irrisolta di Khosrou, il figlio, il fratello e il fidanzato di ciascuna di loro, scomparso nel labirinto tenebroso del lungo conflitto. Le tre donne vivono con il suo fantasma che non muore e non torna, è scomparso, come migliaia di soldati scomparsi durante la guerra generando una interminabile e angosciosa attesa per i familiari. Le tre figure divengono vittime del conflitto pur non facendone parte fisicamente e vivendolo solo in modo indiretto, eppure per loro esso continua perché il figlio, il fratello e il fidanzato è ancora lì, in trincea. La loro trincea interiore è convivere con le ombre dell’incertezza in attesa di un segno, un indizio, una lettera, una notizia, un miracolo… oppure semplicemente di un vero e proprio grido liberatorio di lutto.

La scrittrice percorre in modo parallelo le tre vite legate a Khosrou, mettendone in evidenza il simile destino profondamente segnato dai riverberi devastanti delle città in fiamme ancora dopo molti anni dalla fine della guerra. I personaggi si muovono in una struttura linguistica fluente e curata dove immagini e metafore, allusioni e simbologie, seguono precise peculiarità di una prosa ricercata e adattata a ogni personaggio e a ogni circostanza. Il modello narrativo invita a entrare nei labirinti della storia che oscilla tra passato e presente, tra sogno e realtà, per ritrovare i tasselli del racconto mescolati a caso e metterli in ordine. La visione femminile, borghese e urbana della guerra imposta che emerge dalla descrizione delle tre protagoniste, ancora profondamente dipendenti dal fantasma-martire dello scomparso Khosrou, segnala le spigolose angolature di percezione e riflessione sulle lesioni psicologiche subite dalla vicenda bellica.

Il fatale ronzio

A poco a poco, cominciai a sentire il ronzio di una mosca nell’orecchio sinistro e poi, come sempre, l’orecchio si tappò completamente. Sapevo che il ronzio sarebbe arrivato a oscurare quei momenti. Ogni volta che mi trovo sotto pressione mi aspetto il suo arrivo. Come al solito, si manifestò lentamente e io tentai di resistere fissando con più intensità Parastù, la torta al cioccolato, le posate, la tazzina di caffè. Poi nell’orbita dell’orecchio sinistro arrivò in un’onda di sussurri, tutto cominciò a girare vertiginosamente, mi piegai in avanti e un attimo prima di cadere a terra mi aggrappai ai bordi del tavolo, che prese a muoversi e a far tremare le tazzine.

Parastù mi chiese:

- Stai bene?

Poggiai la fronte sul tavolo e vomitai. Maledetto proiettile calibro 175. Maledetta endolinfa. A fatica tirai fuori la pastiglia di metoclopramide dalla tasca e la ingoiai. Le fette di torta al cioccolato mi sembravano argini e trincee del nemico e le posate i soldati sdraiati. Poi mi ricordai che era il 26 settembre, e il 26 settembre è una delle date più importanti della guerra. Le conosco tutte a memoria le date più importanti della guerra a forza di leggere testi che ne parlano. Il 26 settembre è il giorno in cui era terminato l’assedio di Abadan. Ora le tazze, i bicchieri, i piatti, la scatola di tovagliolini sul tavolo erano diventati le torri, i serbatoi e le strutture della grande raffineria di Abadan. Dietro il vapore caldo del caffè vedevo Parastù, che mi guardava terrorizzata tra le colonne di fumo che salivano dalle esplosioni della raffineria.

… Al risveglio il mio primo pensiero era lei. La notte quando mi alzavo e andavo a bere, mentre mi spazzolavo i denti, mentre chiamavo qualcuno, cucinavo, guardavo la tv o facevo la doccia, sempre lei. Vi giuro, se avessi saputo che l’amore ha questi effetti non sarei mai andato in quella banca, o almeno non mi sarei mai rivolto allo sportello numero cinque, vi giuro.

Guardai l’ora, erano le 10:07 di martedì 7 ottobre 2008. Ventun anni prima, esattamente in quel giorno, gli aerei iracheni sganciavano, per ben due volte, le bombe chimiche sulla città di Somar. La prima volta con il gas nervino alle 10:05 del mattino, la seconda con il gas mostarda (iprite) pochi minuti dopo, alle 10:15. Sottovoce sussurrai, come un amante sussurra all’orecchio dell’amata:

- Somar, Somar, Somar. [6] [#_ftn6]

Sull’amore e altre cose di Mostafá Mastur pubblicato nel 2007, a distanza di vent’anni dalla fine dell’aggressione irachena e uscito in traduzione italiana nel 2020, racconta la storia d’amore di un giovane nato ad Ahváz, la città confinante con l’Iraq e martoriata per otto anni dalla vicenda della guerra. Lo scrittore costruisce una storia d’amore sul fragile terreno emotivo della nuova generazione dei giovani iraniani la cui infanzia è stata marcata e deformata dal conflitto. L’emblematica lesione subita dal protagonista durante l’infanzia si propone come metafora dell’effetto destabilizzante che la generazione post conflitto ancor oggi porta addosso. Il protagonista, Hány, voce narrante e personaggio principale del romanzo, soffre di un raro disturbo fisico, provocato dallo scoppio di una granata vicino a casa: in alcune circostanze sente un ronzio nell’orecchio sinistro che, quando si manifesta, provoca in lui una vera e propria tempesta temporanea in cui tutto comincia a tremare. Il ronzio acuto e assordante, come ricordo infantile delle continue sirene d’allarme degli attacchi notturni sulle città, residuo delle tensioni subite da bambino, rappresenta non solo un malessere puramente fisico ma costituisce la menomazione permanente inflitta dalla guerra a un’intera generazione.

Hány racconta: “[…] quando avevo appena due mesi di vita, l’onda sonora di un proiettile calibro 175, lanciato da un cannone, è scoppiata dietro il muro di casa e ha colpito il mio orecchio sinistro, rendendo nere, fino ad oggi, tutte le particelle della mia vita” [7] [#_ftn7] . A distanza di vent’anni, il calendario mentale del protagonista segnala con puntualità la prolungata persistenza emozionale degli effetti della guerra sulla sua vita e su quella della sua generazione. Ogni importante evento del racconto, considerato apparentemente una storia d’amore e di vendetta, è segnalato con le date precise di ogni accadimento del lungo conflitto, come se lo scorrere del tempo fosse scandito dal calendario delle tragiche vicende degli anni di guerra.

Il registro ironico, velatamente sarcastico e in bilico tra retorica e sottile ironia dei paragrafi iniziali del racconto, è avvincente presagio di una narrazione dai molteplici strati interpretativi da scrutare e decifrare. La velata nota sarcastica dell’Autore dove dichiara di aver scritto una storia di carattere didascalica e formativa, ci induce a credere di trovarci di fronte ad una narrazione con uno sguardo scettico e critico su certa letteratura in auge di stampo moralistico-conformista in relazione alla difficile esperienza della guerra cosiddetta imposta e sacra.

La carrellata battente e veloce dell’incipit del romanzo in cui Mastur scandisce gli eventi più importanti del conflitto insieme agli accadimenti della sua storia d’amore, segna l’inizio di una prosa vivace, diretta e immediata, basata sui dialoghi e sull’uso del linguaggio colloquiale e a tratti gergale del persiano moderno. La struttura formale del romanzo è basata sul rischioso, ma in questo caso efficace, uso di un linguaggio narrativo semplice e privo di ogni pretesa di stampo filosofico o psicologico. Uno stile che a poco a poco diviene la trama trasparente dei vissuti interiori di personaggi disorientati di fronte al senso nebuloso del misterioso concatenarsi degli eventi della sorte umana come l’amore, la vendetta, la morte, il fato e altro ancora…

A conclusione del nostro breve excursus, si può affermare che i tre romanzi presi in esame, in occasione delle loro uscite in traduzione italiana, hanno tre approcci distinti rispetto al tema della sacra difesa e guardano alla lacerante esperienza collettiva del conflitto da tre prospettive differenti. I nostri giovani Autori, soffermandosi su un tema di carattere storicamente e geograficamente circoscritto, tuttavia, tendono a spostare l’attenzione verso orizzonti di più ampio carattere universale. Familiari oramai con gli sviluppi del romanzo moderno e i nuovi percorsi stilistici sperimentati dai romanzieri contemporanei, si muovono su audaci linee di sperimentazione strutturale e linguistica degne di attenzione e confronto. Da tale convinzione emerge chiaramente come il possente tronco di quest’albero si nutra ancora dalle medesime radici piantate, esattamente un secolo fa, dal padre della prosa moderna persiana Mohammad Ali Jamálzádeh[8] [#_ftn8] che riuscì a gettare un invisibile ponte di comunicazione tra realtà e finzione. Oggi, a cent’anni dalla sua affermazione, il romanzo persiano contemporaneo seguita a camminare vigoroso accanto agli eventi storico-politici del paese lasciando una singolare e ininterrotta testimonianza artistica delle complesse vicende socio-politiche e letterarie della recente storia dell’Iran.

Articolo presentato durante il V Convegno di iranistica dell’Università di Bologna (22-23 ottobre 2020)

Faezeh Mardani


[1] [#_ftnref1] A. Dehgán, Viaggio in direzione 270°, Traduzione di Miche Marelli, Prefazione di Simone Cristoforetti, Jouvence, Milano, 2018, pp. 274.

[2] [#_ftnref2] Z. ‘Abdi, A Tehran le lumache fanno rumore, Traduzione e postfazione di Anna Vanzan, Francesco Brioschi editore, Milano, 2017 pp. 221.

[3] [#_ftnref3] M. Mastur, Sull’amore e altre cose, Traduzione e postfazione di Faezeh Mardani, Francesco Brioschi editore, Milano, 2020, pp. 153.

[4] [#_ftnref4] A. Dehgån, Viaggio in direzione 270°, p.181.

[5] [#_ftnref5] Z. ‘Abdi, A Tehran le lumache fanno rumore, pp. 88-9; 131-132

[6] [#_ftnref6] M. Mastur, Sull’amore e altre cose, pp. 36-7; 56

[7] [#_ftnref7] M. Mastur, Sull’amore e altre cose, p. 10

[8] [#_ftnref8] Mohammad Ali Jamálzádeh (1892-1997), scrittore e saggista, pubblica la sua prima raccolta di racconti brevi Yeki bud yeki nabud (C’era una volta) nel 1921. Con quest’opera egli dà vita alla nuova prosa persiana e viene considerato il padre della narrativa contemporanea iraniana.