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Faezeh Mardani

Professoressa a contratto

Dipartimento di Storia Culture Civiltà

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“Tutto il mio essere è un canto” La poesia oltre i confini di Forugh Farrokhzād

“Tutto il mio essere è un canto”

La poesia oltre i confini di Forugh Farrokhzād

La voce di Forugh Farrokhzād, considerata la più importante poetessa nel panorama letterario del Novecento persiano, continua a essere la più seguita della poesia femminile in Iran. Stroncata da una prematura morte a soli trentadue anni, ha lasciato incompiuta un’opera al culmine della fecondità artistica; la sua voce attraversa il tempo e la sua acuta liricità risuona ininterrotta nel cuore delle giovani generazioni.

La poetica di Farrokhzâd, in particolare nella fase più matura, va oltre l’impronta strettamente femminile, ma il suo essere donna, in relazione all’ambiente religioso e culturale in cui è vissuta, è l’elemento che caratterizza e contraddistingue la sua intera opera.

L’intensa e fulminea vicenda letteraria della nostra poetessa scorre lungo quasi due decenni, dal 1952 al 1967. Si tratta di anni caratterizzati da vivaci fermenti culturali e da significativi eventi politici e sociali, di cui l’opera di Farrokhzâd costituisce una emblematica e intima testimonianza. Una poetica intrisa delle convulse tensioni che hanno sconvolto e trasformato la società iraniana del XX secolo mettendo in crisi le sue secolari peculiarità etico-religiose e culturali: precise ragioni storiche e politiche che ne fanno un periodo che ha vissuto molto rapidamente e troppo frettolosamente una necessaria e inevitabile metamorfosi. La voce di Forugh Farrokhzâd, nata nel frastuono del crollo della certezza e nel tormento della rinascita, forte del sentire femminile, racconta il dolore e lo stupore di questa metamorfosi.

Uno sguardo ai fenomeni e ai processi letterari e politici che hanno caratterizzato la produzione poetica del Novecento persiano, permette di collocare la figura di Farrokhzâd nel suo preciso contesto storico e artistico, e consente di individuare le particolarità della sua lirica risaltando il segreto dell’attualità della sua voce.

La trasformazione della poesia persiana

Sul finire dell’Ottocento, la monarchia assoluta che aveva governato l’Iran per più di duemila anni viveva l’ultima fase del suo declino. I due precedenti secoli erano stati caratterizzati da invasioni, guerre, dall’assenza di un potere centrale forte, dall’incapacità e dalla corruzione dei regnanti, dall’indolenza della classe religiosa, alleata al potere corrotto e depravato della corte reale, dallo spreco delle risorse e dalla noncuranza dei sovrani nei confronti delle pessime condizioni economiche del popolo. Non da ultimo, e non certo meno significativo, il premere delle mire espansionistiche della Russia, della Francia e dell’Inghilterra. A queste condizioni si affiancavano altri processi: l’avvento della stampa, l’eco, dopo quasi un secolo, dei principi fondanti della rivoluzione francese che giungevano in Iran attraverso i consiglieri, gli ambasciatori, gli orientalisti e gli studenti dell’alta borghesia iraniana, primi viaggiatori verso Europa. Inoltre, la nascita della prima università, le nuove idee religiose del movimento bâbi-bâhâi,1 il riflesso dei fermenti politici e culturali della seconda metà dell’Ottocento in Europa e nella vicina Russia e il risveglio culturale degli intellettuali iraniani sono stati tra i fattori che hanno dato il via ai primi fervori del moto costituzionalista contro il potere assoluto dei re della dinastia Qâjâr (1790-1925).2

I processi che portano al degrado politico e il risveglio culturale sono contemporanei; il moto costituzionalista che ne segue offre ai poeti e agli scrittori l’opportunità di trasmettere delle nuove idee politiche. E così anche la poesia ritrova la sua più antica e nobile missione: quella di comunicare e infondere, consigliare e risvegliare, denunciare e ammonire, commuovere e scuotere le coscienze di chi “ascolta”. Non va dimenticato che in questo periodo la popolazione iraniana era pressoché analfabeta. Secondo una secolare consuetudine, la poesia è stata sempre cantata, imparata a memoria e tramandata oralmente da generazione a generazione. Il popolo persiano, pur incapace di leggere, ha sempre conosciuto e apprezzato, recitato e gustato le poesie dei grandi poeti quali Firdusi (930-1021), Hâfez (1319-1390), Sa’di (1184-1291), Rumi (1207-1273), Khayyâm (m. 1126 ca) Attâr (1136-1230) e molti altri. I poeti costituzionalisti, partecipi delle nuove idee e desiderosi di contribuire ai cambiamenti politici e culturali del Paese, cantano liriche appassionate sulla libertà e sulla giustizia; infondono nella gente un nuovo spirito e alimentano il sorgere di una nuova coscienza. Il ruolo di questi poeti è significativo e la loro poetica, in alcuni casi fortemente popolare nel contenuto e nella forma,3 è di grande efficacia: dopo millenni di monarchia assoluta, nel 1906, anche in Iran, prende forma un regime di monarchia costituzionale.4

I primi decenni del Novecento vedranno il faticoso e spesso deludente stabilirsi di forme di governo che tentano di dare concreta espressione a quanto la Carta costituzionale del 1906 rendeva possibile, dando al Parlamento eletto dal popolo il potere di legiferare.5 Durante il tortuoso percorso dei cambiamenti politici della prima metà del Novecento, che non possiamo qui descrivere, la poesia persiana continua la sua lenta e difficile metamorfosi, caratterizzata dai dibattiti letterari tra i difensori del “vecchio” e i sostenitori del “nuovo”.6 L’esigenza del cambiamento, che tocca sia l’area tematica sia quella formale, era percepita in tutti gli ambienti letterari; ma restava il grande dilemma di quale sorte potesse essere riservata alla secolare eredità della poesia classica e della sua retorica. Le nuove idee, in particolare quelle sociali, confluite in poesia attraverso i poeti costituzionalisti, mettevano in discussione le capacità formali di una metrica quantitativa rigida e di una prosodia poco flessibile.7 Le trasformazioni etico-morali nella vita privata e pubblica degli individui e i mutamenti comportamentali nelle relazioni affettive, ponevano in seria difficoltà la poesia amorosa, portata all’estrema formalità estetica e all’astrazione dalla realtà. Il verismo e il realismo, entrati nella letteratura persiana attraverso le traduzioni delle grandi opere letterarie europee, influenzavano i gusti e le pretese di chi si avvicinava alla poesia. L’esigenza di farvi entrare concetti e contenuti nuovi era impellente e poteva essere giustificata; il cambiamento formale, tuttavia, trovava ostacoli che apparivano insuperabili. Tanto i letterati quanto la gente comune, abituati alle forme classiche del linguaggio poetico, con la mente assuefatta a una metrica quantitativa prestabilita e a una retorica immutabile, non accettavano rinnovamenti. I modernisti prendevano in considerazione le grandi trasformazioni dell’individuo e della società e, al contempo, ammiravano i nuovi percorsi sperimentali della letteratura europea e consideravano prive di efficacia comunicativa le definizioni tradizionali della parola poetica. I tradizionalisti, d’altro canto, affermavano che i criteri prosodici della poesia classica, la sua struttura formale e metrica, potevano continuare a funzionare accogliendo le novità tematiche e le esigenze dell’innovazione letteraria.

L’irruzione della modernità: la “poesia nuova” di Nimā Yushij

Nel 1921 un giovane sconosciuto di nome ’Ali Esfandiâri, in arte Nimâ Yushij (1895-1959),8 pubblica un poema dal titolo Afsâne (La fiaba). Quest’opera sarà considerata la pietra miliare e il punto di svolta per la poesia nuova (She’r-e nou) persiana. In realtà Nimâ Yushij propone una terza via, ispirata a un equilibrato e convincente criterio di cambiamento, che non rinnega la metrica e la musicalità della poesia classica persiana e non propone una sterile riproduzione degli esperimenti linguistici occidentali, legati fortemente alla loro realtà letteraria e culturale. Nimâ Yushij si cimenta in una nuova poesia che unisce le due esigenze di cambiamento tematico e di rinnovamento linguistico in una struttura ritmica armoniosa, dove i criteri di valutazione vengono stabiliti secondo una nuova prospettiva del poetare. La sua proposta poetica elimina la metrica quantitativa tradizionale (che si creava in ogni verso mediante la rima e il numero preciso delle sillabe) e inserisce una musicalità interna distribuita in tutti i versi della poesia, secondo l’esigenza del pensiero e dell’emozione da trasmettere. Per il poeta, la musicalità deve essere l’esito di un’accurata scelta di parole, similitudini, allusioni e metafore, della loro sonorità ritmica e del giusto accostamento di tali elementi. In tale costruzione, la forma linguistica e la musicalità aderiscono in modo simmetrico al pensiero poetico, riversato in questa inedita struttura. Nimâ Yushij segue il principio focale dell’armonia, per cui non è più necessario sacrificare il contenuto e la visione poetica alla forma metrica prestabilita; al contrario, la musicalità e la poeticità del linguaggio sono al servizio del tema dominante.

Nimâ Yushij, oltre a essere il primo importante poeta del Novecento persiano, è considerato il padre della poesia nuova e il teorico di un nuovo lirismo al quale i più significativi poeti dell’Iran del XX secolo hanno aderito. I loro lavori hanno dato vita a una ricca produzione letteraria, che copre l’intero arco di tempo che va dalla pubblicazione di Afsâne fino ai giorni nostri. Gli innumerevoli testi da lui scritti9 sono documenti preziosi che hanno posto le basi della poesia contemporanea persiana; una poesia nuova che, accogliendo e assimilando i cambiamenti necessari non ha rinnegato l’eredità e l’identità culturale del passato. Una poesia orientata a essere lo specchio della realtà storica e, al tempo stesso, il riflesso del mondo interiore degli individui, immersi in quel processo di scavo interiore, filosofico ed estetico dell’uomo che va al di là dei confini geografici. Nimâ Yushij inserisce nella sua visione il significativo elemento dell’universalità, tanto nella visione poetica quanto nel linguaggio. La scuola nimâista, la poesia nuova, la poesia libera: sono varie definizioni di una poetica volta a rivoluzionare la versificazione classica, che ha offerto al potente e millenario fiume della poesia che corre lungo la storia persiana, nuovi e non sperimentati percorsi, con piccole e grandi ramificazioni soggette alla valutazione del tempo, che ne è il giudice supremo.

Nei primi anni Cinquanta, Nimâ Yushij pubblica le sue poesie più mature e più riuscite e tra i poeti che seguono la poesia nuova compare una romantica voce femminile: Forugh Farrokhzâd. Dopo i devastanti effetti della seconda guerra mondiale, l’Iran vive una breve e vivace stagione di relativa democrazia con la nascita dei nuovi partiti, la libertà di stampa e la grande illusione di poter realizzare gli obiettivi mai attuati della rivoluzione costituzionalista. Il decennio iniziale del regno di Mohammad Rezâ Shâh Pahlavi (1941-1979),10 caratterizzato dal caos politico e dai nuovi e vivaci fermenti di democrazia e libertà, è un veloce abbaglio che finisce con l’arresto di Mosaddeq (1882-1967).11 Il golpe del ’53 12 avrà come seguito una dura repressione politica, che dura fino agli anni Settanta.13 In questo quadro storico nasce la poetessa Forugh Farrokhzâd, già affascinata dalle teorie della poesia nuova e intenzionata a seguirne i precetti.

Istinto e furore nelle poesie giovanili

Forugh Farrokhzâd pubblica nel 1955, appena ventenne, la prima raccolta di poesie Asir (Prigioniera).14 I versi di questo volume annunciano la nascita di una scrittura femminile spregiudicata, che racconta le esperienze intime della sfera sentimentale, emotiva ed erotica di una giovane donna, tesa ad affrontare i severi e spietati giudizi morali e religiosi della società in cui vive: una società che, dietro l’apparente e forzata laicità, è profondamente legata ai dettami religiosi e morali di una cultura patriarcale.

Lo desidero,

vorrei che mi stringesse,

mi stringesse a sé folle d’amore

forte intorno a me avvolgendo

possenti e ardenti le sue braccia…

Vorrei, nel cielo dei suoi occhi,

trovare le stelle del desiderio

vorrei, nei suoi baci infuocati,

cercare la torrida brama del piacere… 15

Mentre la poesia ufficiale, banale e mal riuscita imitazione della poesia romantica europea in metrica classica, piena dei lamenti del cuore e di lacrime d’amore, riempie le pagine delle riviste letterarie e il golpe del 1953 determina i destini politici del Paese, Forugh Farrokhzâd, ancora troppo giovane e inesperta poetessa che segue la strada aperta da Nimâ Yushij, diventa la voce audace della ribellione femminile. È difficile credere che l’autrice fosse cosciente di quello a cui andava incontro o che abbia agito ispirata da una consapevole coscienza civile e ideologica. In realtà Farrokhzâd è in cerca di un’identità poetica, la cui femminilità non costituisca un limite o un ostacolo e, in questa ricerca, è armata non da convinzioni intellettuali e coscienza politica, ma dall’istinto, che alimenta la determinazione e il coraggio. Il suo sforzo è volto ad accettare e far accettare l’integrità individuale di una donna capace di accostarsi a una creazione artistica senza essere costretta a mascherare la sua realtà interiore. Tale tentativo, per la sua intensità passionale, provoca una reazione negativa tra i sostenitori e i protagonisti della letteratura impegnata e determina la furia dei moralisti, dei tradizionalisti e dei religiosi.

Asir (Prigioniera) è il primo, ingenuo passo verso i nuovi orizzonti di una poetica centrata sull’Io corporeo e sentimentale di una ragazza costretta a crescere rapidamente. Sulla stessa scia seguono altre due raccolte di poesie: Divâr (Il muro), nel 195616 e ’Esyân (Ribellione), nel 1958.17 Tre opere, in così pochi anni, che sono il segno premonitore di una poetica sgorgante, istintiva e indomabile, avida di sperimentare e crescere, come se il tempo a sua disposizione fosse troppo poco e fuggevole.

Le prime opere giovanili di Farrokhzâd, con il loro contenuto romantico e melodrammatico, sono focalizzate sui problemi contingenti della realtà di una donna attratta dalle luci ingannevoli di un’occidentalizzazione forzata, prigioniera nell’involucro soffocante di una cultura maschilista e puritana, in lotta tra l’espressione integra del suo Io passionale e il lecito poetare, dettato dall’etica. Queste poesie sono gli esperimenti necessari di una scrittura che deve ancora trovare la propria identità stilistica e peculiarità semantica. Il concetto della prigionia e della ribellione contro il muro dell’ipocrisia e dei giudizi morali, l’impulso di seguire fedelmente l’indole tenace e ribelle e il protestare duramente contro gli elementi che la privano dei suoi diritti, prima come donna poi come poetessa, sono aspetti salienti della poetica di questo periodo. La sua lirica appassionata, senza scrupoli e al limite del pudore, dà infatti vita a violente accuse di immoralità ed eresia che, comunque, non sono in grado di scalfire l’impeto provocatorio del suo lavoro poetico. Nonostante le accuse contro la poetessa del peccato, Farrokhzâd continua a raccontarsi così:

Come farà il mio cuore smarrito

con questa primavera in arrivo?

Con questa voglia che colora

il corpo delle aride e nere fronde?

Come farà il mio cuore smarrito

con questa brezza che sparge

il profumo d’amore di colombe selvatiche

e il soffio di vaganti essenze?

Le mie labbra ardono di canto

il mio seno brucia d’amore

la mia pelle si lacera di passione

il mio corpo s’infiamma di gemme.

[…]

O primavera, incantevole primavera

nella tua follia ritrovo tutta

la sua immagine, dimentica di me

divento poesia, grido e desiderio.

Smanioso serpente, striscio

sull’erba fresca e umida,

con questo impeto e con questo tumulto

come farà il mio cuore smarrito?

L’Io passionale della poetessa, la sua determinazione a non rinunciare alla propria identità femminile, dominano la scena e, in modo implicito, divengono stimolo al coraggio delle giovani donne, mosse a far nascere una nuova consapevolezza, capace di sconvolgere le convinzioni religiose e morali radicate da secoli nella società iraniana. Ma una simile poesia smuove soltanto la superficie delle emozioni, rivolgendosi a chi cerca in poesia un sentimentalismo facile, accessibile, diretto, privo di qualsiasi forma di consapevolezza estetica e filosofica. Farrokhzâd parla di questo periodo e di queste opere:

Divâr (Il muro) e ’Esyân (Ribellione), in realtà sono i tentativi disperati tra due fasi della mia vita. Sono gli ultimi respiri affannosi prima di arrivare a una specie di liberazione dall’individualismo e giungere alla fase dell’elaborazione mentale. Quando si è giovani, i sentimenti hanno radici poco solide, sono solo più attraenti. Se poi, tramite l’elaborazione mentale, non sono guidati o non diventano i risultati di un’ideologia, allora si inaridiscono e finiscono. Ho guardato il mondo intorno a me, le cose, le persone, i tratti principali di questo universo, e infine l’ho scoperto. E quando ho cercato di raccontare tutto ciò ho capito che avevo bisogno di parole, parole capaci di essere espressioni di questo mondo. Se avessi esitato, sarei morta. Ho introdotto le parole necessarie e non ho più avuto paura. Non importa se queste parole non sono poetiche, importa che siano vive e possano divenire tali.19

L’autrice è ancora in cerca di una nuova visione del mondo circostante, che le è ostile, e dovrà ancora trovare il proprio linguaggio poetico. Lo stile e la struttura metrica adottati nelle prime tre opere, nonostante l’avvicinamento alla poesia nuova, rimangono pertanto nel limbo di una meccanica semplificazione delle forme compositive tradizionali come quelle del Masnavi20 e Chahârpâreh.21 Solo in pochi componimenti Farrokhzâd tenta di seguire la prosodia nimâista, ma senza una corretta conoscenza delle nuove teorie e senza aver compreso il vero spirito della riforma poetica proposta da Nimâ Yushij. Il suo linguaggio è semplice, descrittivo, colloquiale e, per la sua spontaneità, sensibilmente comunicativo, ma ancora privo di significativi e particolari aspetti stilistici ed estetici.

I temi centrali sono le pene d’amore, la trasgressione, la condizione femminile, la nostalgia per il figlio separato da lei a causa del suo divorzio, per l’innocenza e la purezza perdute, il dolore di vivere un amore proibito e negato, la condanna del puritanesimo e dell’ipocrisia dominanti nei rapporti interpersonali, la protesta contro ogni forma di moralità convenzionale della società. Dopo alcuni anni, Farrokhzâd, in un’intervista, dichiarerà:

… io raccontavo soltanto il mio mondo interiore. Allora la poesia non era penetrata in me, conviveva con me… Ma poi, la poesia, ha messo le sue radici e di conseguenza sono cambiati i contenuti. Non la consideravo più come un mezzo per esprimere la mia individualità sentimentale. Più la poesia si radicava in me più mi disperdevo e scoprivo nuovi mondi… Ero confusa, non avevo avuto un’educazione ideologica secondo criteri corretti, leggevo di continuo e in modo disordinato. Vivevo a pezzi e la mia poesia non era abbastanza matura…22

L’incontro con il noto scrittore e regista Ebrâhim Golestân23 è un elemento biografico di considerevole peso, che caratterizzerà l’intera vicenda privata e poetica dell’autrice. Un intenso e proibito legame d’amore determina l’inizio di un complesso e articolato esperimento poetico, sia tematico sia linguistico, nella scrittura di Farrokhzâd. Alla poetessa serve un periodo di riflessione filosofica, di formazione linguistica, di sperimentazione stilistica, di conoscenza letteraria di ampio respiro che vada oltre i confini della poesia persiana e, infine, di una seria interrelazione con le altre e diverse forme di produzione artistica. Dovrà abbandonare velocemente il suo limitato e angusto Io per sentirsi parte di una realtà intima che sia, nello stesso tempo, collettiva e universale. Un’intensa attività sperimentale sui vari linguaggi artistici quali il cinema, il teatro, la pittura, i viaggi in Europa, le traduzioni di alcune opere teatrali, l’assidua esplorazione della preziosa eredità letteraria del passato e le novità contemporanee, aiuteranno infine l’autrice a delineare le sue percezioni poetiche. La donna-bambina Forugh inizierà così la sua vera metamorfosi verso un lirismo consapevole, determinata dall’esigenza di rinascere dalle proprie ceneri per poter comunicare una visione più complessa e articolata della vita. Vale a dire, come auspicava Nimâ Yushij, l’essere contemporanea alla propria epoca e, nello stesso tempo, oltrepassare i confini storici, geografici, sociali e linguistici, per raggiungere una poesia universale e atemporale.

Una nuova nascita

Nel 1964, dopo sei anni di instancabile impegno artistico su vari fronti, pubblica la sua quarta e ultima raccolta di poesie Tavallodi digar (Un’altra nascita),24 considerata dai critici una vera e propria palingenesi poetica dell’autrice.

A una prima lettura di questo volume, accolto subito con grandi consensi dal mondo letterario persiano, si nota la crescente tensione verso un lirismo di ampio respiro filosofico e ideologico, che nella sua implicita sensualità e istintività arriva alle intime problematiche del complesso universo dell’uomo moderno. La sua poesia, finora, non aveva toccato in modo esplicito, se non in rari casi, aspetti prettamente sociali e ideologici (in quel periodo le restrizioni e la censura del regime Pahlavi facevano sì che la scrittura fosse la vera voce di protesta),25 ma in questa raccolta vi è un forte e dichiarato senso di impegno di fronte alla collettività, al di là dei confini di ogni genere.

I temi dominanti di smarrimento, disorientamento, solitudine, e la continua percezione del crollo e della devastazione di ogni legame d’amore, di ogni valore e bellezza nella cupa realtà umana, si uniscono in una struttura linguistica versatile e aderente alle nuove intuizioni. Sembra che, d’improvviso, l’autrice abbia scoperto la fonte magica della poesia pura. Un’altra nascita, più che una trovata prodigiosa, è l’esito di molti anni di condanna, disprezzo, privazione, emarginazione, dure sconfitte e amare delusioni subite a causa della propria scrittura.

Più sola di una foglia,

gravida di felicità perdute,

avanzo lentamente

nelle fresche acque d’estate

fino alle distese della morte,

fino ai malinconici lidi d’autunno.

Qualcosa di vasto, denso, torbido,

qualcosa di confuso

come il lontano chiasso del giorno

si aggira e si stende

sulle mie inquiete pupille,

forse qualcuno mi separa dalle sorgenti,

forse qualcuno mi coglie dai rami,

forse qualcuno, come una porta,

mi sbarra agli attimi seguenti,

forse…

Quasi tutta la poetica di questo periodo, che culminerà nelle ultime liriche, è impregnata da una marcata nota d’angoscia, che riflette uno stato d’animo profondamente ferito, turbato da una sconfinata solitudine.

Nella mia piccola notte, ahimè,

il vento ha un appuntamento con le foglie.

Nella mia piccola notte

c’è l’ansia del declino.

Ascolta,

senti il soffio delle tenebre?

[…]

Qualcosa attraversa la notte,

rossa e inquieta è la luna.

Lassù nel cielo

dove ogni attimo si teme il crollo,

la folla in lutto delle nuvole

pare attendere l’istante della pioggia.

La poesia di Farrokhzâd in Un’altra nascita è la poesia del declino e della decadenza. Lo scrivere è l’unico modo per esorcizzarli. «Stiamo vivendo in un’epoca in cui – afferma infatti Forugh – tutti i significati e tutti i valori hanno perso il loro senso e stanno per crollare… Penso che il motivo principale di una creazione artistica sia proprio il resistere di fronte a questo declino… Uno sforzo per restare, far restare qualcosa di sé e rinnegare la morte…»28

Così colmo

questo mio malinconico amore

dell’ansia del declino,

che la mia vita tutta ne trema.

Quando ti guardo,

guardo da una finestra

un albero solitario, coperto di foglie,

in febbre gialla d’autunno,

guardo una forma riflessa

in confuso moto d’acque fluenti. 29

Una sorta di palpitante e ansiogena inquietudine regna nelle liriche di questa silloge, trasmettendo alle sue pagine un percepibile presagio di qualcosa che, fatalmente, vacilla.

– io penso alle macerie

al saccheggio dei venti oscuri

a una luce sospetta che filtra di notte dalla finestra

e a una tomba, piccola come il corpo di un bimbo. 30

Forugh Farrokhzâd ha attraversato una rapida e dolorosa crescita e ora questa nuova nascita è una realtà poetica che supera una poesia passionale e femminile circoscritta e diviene una scrittura che scopre e scava la memoria antica dell’uomo e l’universo degli archetipi.31 Concetti simbolici e mitologici trovano ampio spazio nel suo scoprire e poi raccontare l’inconscio collettivo attraverso una comunicazione emotiva e sensibile che facilmente sfiora il sovrasensibile. La fecondità di questa nuova dimensione del percepire la comunicazione poetica rinnova i temi della poesia d’amore con espressioni però più metaforiche e simboliche, versate in elaborate forme estetiche. Un semplice, essenziale, minimalista e quasi colloquiale linguaggio accompagna il suo allontanarsi dalla fisicità aggressiva degli inizi verso l’esplorazione dell’anima umana della maturità.

Ascolta

la mia voce lontana

tra litanie

e fitte nebbie all’alba.

Guardami nella quiete degli specchi.

Vedi come ancora, con i resti delle mie mani,

sfioro l’oscura profondità dei sogni

e incido il mio cuore come sanguinante macchia

sulle candide felicità dell’essere? 32

In queste esplorazioni, emblema di ogni stato d’animo, sono la natura e le sue molteplici manifestazioni a simbolizzare le profonde intuizioni e percezioni dell’Autrice. Le tenebre, la luna, il vento, le stagioni, le acque, il verde, le nuvole e molte altre immagini, prese in prestito dal mondo reale dove ella vive, si trasformano in metafore per ricordare qualcosa di profondamente nostalgico, legato alla memoria collettiva perduta. Nostalgia dell’ancestrale impulso alla vita, nostalgia del ritorno all’Origine, come dice Rumi,33 tutti leitmotiv di una lirica che oltrepassa la soglia del retaggio culturale legato alla propria terra e tende a comunicarsi attraverso un linguaggio universale.

La notte

mentre la brezza stordita volteggia

nel fosco cielo della nostalgia,

la notte

mentre la luna insanguinata si aggira

per le livide strade delle vene,

la notte

mentre siamo soli,

soli con i sussulti dell’anima,

dai nostri palpiti sgorga

il senso della vita,

il senso malsano della vita. 34

Le intuizioni e percezioni, oltre il tempo e lo spazio, a cui attingono le sue immagini metaforiche indicano la sua appartenenza all’universo mitologico dell’uomo contemporaneo e liberano la sua poesia dalle limitazioni esplicite di un determinato luogo e di una determinata condizione storica e sociale. Tale superamento avviene mentre Farrokhzâd continua a comunque restare fedele alle peculiarità del suo essere donna e alla sua identità culturale.

Saluterò di nuovo il sole

e quel fiume che mi scorreva dentro

e le nuvole, miei lunghi pensieri

e l’amara crescita dei pioppi in giardino

che trascorsero con me le aride stagioni,

gli stormi di corvi recanti in dono

l’odore notturno dei campi

e nello specchio, mia madre,

a riverbero della mia vecchiaia,

saluterò di nuovo la terra

che in verdi semine nel suo caldo ventre

covava la mia rinascita.

Il tema della morte, di cui l’autrice percepisce la costante presenza, diventa un richiamo esplicito e scorre nella sua opera attraverso molte allusioni e similitudini. Una presenza che soprattutto connoterà le sue ultime, magistrali liriche, dense di echi e presagi di un tempo che si fermerà d’improvviso.

Tutto il giorno,

tutto il giorno abbandonata

come un cadavere sull’acqua,

mi spingevo verso rocce spaventose,

verso profonde grotte marine,

verso pesci voraci

e le mie gracili vertebre

si storcevano al senso della morte.36

Filo conduttore della poesia di Forugh, da sempre e per sempre, rimane comunque un viscerale sentimento d’amore universale, da cui sgorgano le sue struggenti liriche amorose ed erotiche. La poesia più emblematica del volume, intitolata appunto Un’altra nascita, porta la dedica a E. G. (lo scrittore Ebrâhim Golestân), senz’altro la più importante figura maschile della sua vita.

Tutto il mio essere è un canto oscuro

che in un continuo ripetersi ti porterà

verso l’alba di eterne sorgenti e fioriture.

Ti ho sospirato, in questo canto io

ti ho sospirato, in questo canto io

ti ho unito all’albero, all’acqua, al fuoco.

Oltre alle nuove e complesse elaborazioni tematiche, la silloge Un’altra nascita rappresenta un’evoluzione linguistica e formale capace di esprimere in modo armonico tali concetti. Il primo aspetto formale che contraddistingue le poesie di questo volume è l’adozione di una metrica libera e duttile, che non segue più l’assonanza ritmica delle forme prosodiche prestabilite. In questa scelta Farrokhzâd modifica la prosodia proposta da Nimâ Yushij a favore di una metrica ancora più flessibile, che segua l’armonia ritmica, all’interno della poesia stessa, senza essere assoggettata a un preciso schema metrico. Una sintassi che procede su una linea apparentemente semplice e fluida creata dall’uso e dalla collocazione di singoli segmenti dal valore musicale e poetico. Il valore fonico dei vocaboli e il loro accostamento costruiscono la geometria ritmica di ogni “stanza”, band,38 all’interno della poesia stessa. Ogni “stanza” o insieme di versi (beit) e strofe, può essere scandita, a seconda dell’esigenza tematica ed emotiva, secondo formule metriche differenti nonché slegate da qualsivoglia implicazione rimica prestabilita. Gli esperimenti formali e metrici adottati in questa raccolta, indicano in tal senso una piena e ampia padronanza del verso libero, della sua struttura prosodica e della sua interna musicalità.

Farrokhzâd così parla dell’elemento istintivo e della distanza dalle consuete formazioni letterarie, che continuano a incidere sulle sue scelte stilistiche:

Non ho studiato le regole prosodiche della poesia tradizionale persiana, le ho scoperte, soltanto, leggendo le poesie… Per me le parole sono molto importanti. Ogni parola ha una sua personalità, anche gli oggetti sono così. Non m’importa il patrimonio estetico e linguistico delle parole o degli oggetti, non m’importa se nessuno, per esempio, ha riportato la parola “esplosione” in poesia. Io, dalla mattina alla sera, ovunque guardo, vedo qualcosa esplodere e non posso tradire me stessa… Io scrivo nella forma più semplice le frasi che crea la mia mente e il ritmo è come un filo trasparente che passa in mezzo alle parole e le protegge… ciò che ricostruisce e domina il ritmo è la lingua: il senso della lingua, l’istinto delle parole e la musicalità espressiva e naturale insita in esse…39

Un’altra nascita raccoglie vari tentativi linguistici, che denotano il desiderio di sperimentare differenti campi lessicali e strutturali. L’adozione di una scrittura più vicina al linguaggio colloquiale semplice e non poetico è l’elemento necessario per accostarsi alle tematiche di denuncia e di impegno civile. La poesia Ey marz-e por gohar! (Oh terra perlata!), composta in un linguaggio popolare, densa di espressioni satiriche e ironiche, vuole essere una pungente denuncia sociale e una sarcastica e sprezzante espressione di malessere collettivo.

Ho vinto,

mi sono registrata,

mi sono ornata di un nome su una carta d’identità

e la mia esistenza è stata bollata con un numero.

E dunque viva il 678, rilasciato dal distretto 5, residente

a Tehran.

[…]

Per così tanta felicità

sono andata ansiosa alla finestra

e in un lungo respiro

ho inalato 678 volte

quell’aria satura dall’odore di letame, di sudicio, di urina

e sotto 678 cambiali

e sopra 678 domande di lavoro

ho scritto: Forugh Farrokhzâd. 40

Il poema Be ’Ali goft mâdarash ruzi (Un giorno disse a ’Ali sua madre), in duecentocinque versi e composto in dialetto tehrani, esprime, in un’orditura simbolica di racconto infantile, temi di matrice sociale inseriti in una struttura lessicale folcloristica e fiabesca. Il poema racconta il sogno del solito ragazzino disobbediente ’Ali, che vuole saltare in acqua per prendere il bellissimo pesciolino argentato.

Sono il pesciolino del sogno,

sono il figlio del mare ’Ali,

il mio respiro è puro

chi non ha mai visto il mare in vita sua

non ha capito niente della vita, ’Ali

[…]

Sono stanco

ho nausea dell’odore di questa melma

non tentennare, dai, che alla fine

ci rimaniamo dentro fino al collo io e te ’Ali,

dai salta, salta e vieni giù…41

Queste sono in realtà le esplorazioni linguistiche che aiutano lo sviluppo stilistico dell’autrice alla ricerca di una struttura espressiva personale, ma non possono essere considerate una forma dichiarata ed esplicita di una produzione letteraria di impegno civile e ideologico. La sua resta, comunque, una poetica distintamente introspettiva e profondamente intimistica. Una scrittura che, attraverso la sua mistica liricità e istintiva sensualità, tende a mettere al centro dell’attenzione l’esistenza angosciosa e decadente di una generazione illusa, fragile e vacillante che sogna di poter cambiare la realtà dell’uomo moderno in lotta con il mondo ereditato.

Da un’attenta rilettura si può affermare che la poetica di Farrokhzâd, nella sua intensa interiorizzazione delle problematiche, riesce a essere maggiormente impegnata, senza entrare nel terreno scivoloso della scrittura di denuncia che, spesso, rischia di rimanere imprigionata nei limiti storici e geografici e mette in secondo piano gli elementi estetici necessari a un lirismo puro.

L’autrice spesso dichiara che la sua poesia è prevalentemente contenutistica ed è espressione diretta della vita e delle esperienze vissute interiormente. È il risultato diretto di una specifica visione della realtà umana e il mezzo principale per collegarsi all’esistenza nella sua più vasta e profonda concezione:

La poesia è l’Uomo che scorre dentro la poesia… La poesia nasce dalla vita e dalla realtà, non bisogna sfuggire o rifiutare, bisogna andare avanti e sperimentare anche gli attimi più dolorosi e più grotteschi…42

Tracce di un coinvolgimento personale, per scoprire le complesse dimensioni della scrittura, evidenziano l’elevato prezzo da pagare di una creazione artistica senza compromessi, espressa nella pienezza della propria vivacità istintiva e innocenza primitiva, a volte cruda e violenta e spesso contrastata dai canoni ideologici, morali e religiosi della società iraniana.

Il concetto di sperimentazione in prima persona dei mutamenti dell’anima e della vita stessa nel suo complesso e compiuto senso di vivere dentro e insieme alla poesia, è il concetto inserito da Nimâ Yushij nel suo teorizzare il diretto legame tra la vita e la poesia.43 Farrokhzâd, seguendo questo principio cardine della poesia nuova, non ci dice cosa bisogna fare, lei semplicemente vive, sperimenta, scopre e racconta, riflette con estrema autenticità la sua natura, fa di sé un animale da laboratorio e prova sulla sua pelle le proprie convinzioni, trasmettendoci le sue intime esperienze vissute. E così riesce a gettare un ponte di comunicazione con il lettore in modo intenso e autentico. La fluidità linguistica di una struttura duttile e flessibile accompagna fedelmente questa trasmissione delle esperienze interiori.

Farrokhzâd, nelle varie interviste pubblicate nelle riviste letterarie, definisce il volume Un’altra nascita come un traguardo raggiunto, una separazione dalle poesie del primo periodo, ma contemporaneamente un nuovo punto di partenza:

Ho iniziato così, come un bambino perso nella giungla. Sono andata ovunque, ho guardato tutto e mi ha attratto tutto. Infine ho trovato una fontana e ho trovato me stessa in questa fontana. Ho trovato me stessa insieme a tutta l’esperienza della giungla. Ora la poesia per me è una questione molto seria, è una responsabilità che sento di fronte a me stessa, è una specie di risposta che devo dare alla mia vita. Il mio rispetto verso la poesia è il rispetto di un credente verso la propria religione. Non ci si può adagiare sulle proprie capacità, bisogna lavorare. Scrivere una vera poesia è difficile come è difficile una scoperta scientifica. […] Servono impegno, tenacia, precisione… per me il contenuto della poesia è molto importante. Ho trent’anni ma la mia poesia è più giovane e meno matura. Io ero confusa e ho vissuto a pezzi e mi sono svegliata tardi, ammesso che si possa chiamare un risveglio le poesie di questo libro… comunque credo che si possa iniziare e partire con una nuova concezione proprio dall’ultimo brano dell’ultima poesia del libro:

Conosco una fata piccola e triste

che vive nell’oceano e dolcemente

in un magico flauto suona il suo cuore.

Una fata piccola e triste

che di notte muore con un bacio

e all’alba con un altro bacio rinascerà.44

Inizio, fine e continuità

L’opera postuma Imân biâvarim be âgâz-e fasl-e sard… (Crediamo all’inizio della stagione fredda…), pubblicata nel 1973,45 comprende il poema omonimo e altre sei poesie scritte e pubblicate nelle riviste letterarie poco prima del fatale incidente che concluderà la sua vita. Farrokhzâd, in questo volume, mostra con vigore la fase più matura e più complessa della sua scrittura. Lo stile personale, faticosamente conquistato con le liriche di Un’altra nascita, contiene in sé, come un recipiente cristallino, le fondamentali tematiche dell’esistenza: la vita, la morte, l’amore, la solitudine, la bellezza e la miseria del mondo, la purezza e la ferocia della natura, la nobiltà e la decadenza dell’uomo e della società e, in tutto ciò, la tensione e l’inquietudine del vivere. Le immagini e le metafore, nella loro ambiguità realistica, o simbolica, o astratta, scorrono sul filo trasparente di un racconto pressoché autentico e autobiografico che comunica e coinvolge.

Sono nuda, nuda,

nuda come i silenzi tra le parole d’amore

e le mie ferite

sono ferite d’amore,

ferite d’amore…

Ho condotto questa isola errante

attraverso oceaniche tempeste,

vulcaniche esplosioni,

e il segreto di quest’essere compatto fu lo sgretolarsi

mentre da ogni suo minuscolo frammento nasceva un sole.46

La geometria che sostiene la struttura linguistica, la presenza e l’alternanza di movimento e immobilità, ordine e disordine, realismo e astrazione, formano un’estetica euritmica che veste, segue e rispecchia il contenuto del poema.

Perché non ho guardato?

Come quando un uomo passava sotto gli alberi bagnati…

Perché non ho guardato?

Forse quella notte aveva pianto mia madre,

la notte in cui arrivò il dolore

e il feto prese forma.

Quella notte, io, divenni la sposa dei grappoli di acacia.

Quella notte a Isfahan

risuonava l’azzurro delle maioliche

e colui che era la mia metà

era ritornato nel mio feto,

io, lo vedevo nello specchio,

limpido e luminoso come specchio,

d’un tratto mi chiamò

ed io divenni la sposa dei grappoli di acacia…

Forse quella notte aveva pianto mia madre.47

La dialettica della vita e della morte, come due facce della stessa medaglia, formano il lirismo essenziale e l’alchimia metrica e ritmica delle ultime opere di Forugh Farrokhzâd. L’autrice elabora con semplicità e fluidità linguistica i complessi temi che, oltre agli eterni dilemmi della vita, contengono le nuove esperienze e intuizioni filosofiche e letterarie dell’Europa degli anni Sessanta. Il volume Crediamo all’inizio della stagione fredda… si apre con il grande tema della nostalgia verso l’Origine, il desiderio del ritorno e del ricongiungimento con la Sorgente di vita. L’autrice torna alla coscienza primordiale collettiva e alle sue manifestazioni simboliche e mitologiche.

Una finestra mi basta,

una finestra verso l’attimo della conoscenza,

dello sguardo, della quiete.

Ora il noce è cresciuto abbastanza

da spiegare alle tenere foglie

il perché della presenza del muro.

Chiedi allo specchio

il nome del tuo redentore.

Non è forse più sola di te

la terra che trema sotto i tuoi piedi?

[…]

I sogni, dall’alto della loro ingenuità,

cadono e si infrangono sempre.

Sento il profumo del quadrifoglio

cresciuto su tombe di antichi significati.

Quella donna, sepolta nel sudario della virtù e dell’attesa,

era forse la mia giovinezza?

Salirò forse ancora

le scale della curiosità a salutare

il buon Dio che passeggia sul tetto?48

Scrive Farrokhzâd in una lettera a Ebrahim Golestân:

Se potessi essere una parte di questa infinita immensità allora potrei essere dove voglio. […] Ma davvero desidero finire così o continuare così… Dalla terra nasce sempre una forza che mi attira a sé, non mi importa andare avanti o salire, vorrei soltanto sprofondare, sprofondare, sprofondare insieme a tutte le cose che amo. E insieme a ciò che amo mescolarmi e unirmi in una totalità immutabile…49

E dalla finestra di questa totalità immutabile che «come il cerchio di un pozzo,/ raggiunge il cuore della terra/ e si apre verso la ripetuta vastità/ di questa azzurra tenerezza».50 Guarda alla solitudine e alla lenta agonia del suo giardino che è l’emblema della sua terra e nello stesso tempo simboleggia il mondo intero.

Nessuno pensa ai fiori,

nessuno pensa ai pesci,

nessuno vuole credere

che il giardino sta morendo,

che il suo cuore si gonfia sotto il sole

e la sua memoria si svuota lentamente

del ricordo del verde

e il suo sentire astratto

si consuma in solitudine.51

E così unisce e intreccia il suo microcosmo e la sua condizione storico-sociale al macrocosmo che a sua volta è travolto dai grandi conflitti e dalle dolorose trasformazioni in attesa di Qualcuno come nessuno.

Ho sognato che arrivava qualcuno,

ho sognato una stella rossa.

Mi tremano le palpebre,

le mie scarpe si sono appaiate

che io possa diventare cieca

se mento

ho sognato quella stella rossa

mentre non dormivo.

Arriva qualcuno,

arriva qualcuno,

qualcuno migliore degli altri,

qualcuno diverso dagli altri,

qualcuno come nessuno… 52

Nel suo precipitoso immergersi in questa totalità immutabile l’autrice è certa di lasciare qualcosa che resterà definitivamente. Qualcosa che va al di là della vita terrena, qualcosa che continua a nutrirsi dell’essenza della vita cioè il Volo, la Voce e in altre parole il modo di vivere e testimoniare. Elementi che superano ogni limite di tempo e di spazio, e nulla può catturarli, imprigionarli o condannarli all’oblio. L’ultima poetica di Forugh Farrokhzâd è un presagio di questo volo e di questo superamento dei limiti della realtà contingente. In ogni poesia e in ogni verso di questo volume troviamo allusioni agli aspetti fugaci dell’esistenza e all’imminente termine del tempo a lei concesso. D’altro canto, sempre in quest’ultima scrittura, avvertiamo la certezza che la metamorfosi è compiuta e che questa fine è solo un passaggio da un modo di essere a un altro.

Il valore della testimonianza si muove, come un trasparente filo conduttore, all’interno del suo lirismo intriso di segni premonitori.

Ricordati del volo

l’uccello è mortale.53

Sembra che l’ultima e la più acuta intuizione della poetessa del peccato, che percorre due decenni, gli anni Cinquanta e Sessanta, pieni di fermenti letterari e illusioni politiche, sia il voler partorire una poetica che comprenda ma oltrepassi i temi sensibili per raggiungere il sovrasensibile. Uno stato in cui si possa essere ispirati e condotti verso l’origine luminosa del sole e unirsi alla realtà eterna.

Fine di ogni impeto

è giungere alla luminosa essenza del sole

e immergersi nella sapienza della luce.

È naturale

che i mulini a vento marciscano.

Perché dovrei fermarmi?

Mi stringo al petto le spighe acerbe del grano

e le allatto.

La voce, solo la voce,

la voce del limpido desiderio dell’acqua di scorrere,

la voce del flusso della luce stellare

sulla superficie femminea della terra,

la voce che concepisce il senso

e spande il pensiero condiviso dell’amore.

La voce, la voce,

è solo la voce che resta. 54

Ancora un altro elemento biografico, se così si può dire, determina la portata e lo sviluppo della poetica di Forugh Farrokhzâd. L’autrice, mentre scopre la sorgente della poesia pura, purificata dalle scorie di un Io troppo centrale e troppo esigente, passa al silenzio e come previsto l’uccello muore e il volo resta. La sua improvvisa assenza, come spesso accade, dà vita a una rapida e vasta diffusione della sua poesia, sia attraverso gli innumerevoli saggi critici, sia tramite l’ampia pubblicazione dei suoi versi, dei saggi, delle lettere, delle interviste.

Sembra che l’autrice abbia compiuto la sua missione ideologica e artistica e realizzato il suo disperato desiderio di comunicare, più con la sua morte che con la sua vita. Una considerevole parte della produzione poetica degli autori giovani, dalla seconda metà degli anni Sessanta fino ai giorni nostri, è sensibilmente influenzata, quasi assoggettata, dalla poetica di Forugh Farrokhzâd, al punto da non permettere la nascita di un’altra indipendente voce femminile che possa giungere agli stessi esiti della sua feconda e ricca versificazione. La sua opera incompiuta diviene, paradossalmente, compiuta e continua nelle poesie degli altri poeti, e la sua improvvisa morte si trasforma in un continuo ripetersi di vita:

Il mio cuore sembra scorrere al di là del tempo.

La vita ripeterà il mio cuore pulsante

e il soffione che vaga su laghi di vento,

sì, anche lui mi ripeterà.55

Nelle vetrine delle affollate librerie, di fronte alla sede storica dell’Università di Tehran, è facile scorgere i cd su cui è registrata la voce di Farrokhzâd che legge le sue poesie. Vi sono le sue foto, le sue interviste, i documentari che parlano della sua vita e i volumi delle sue poesie che continuano a essere ristampati in grandi tirature, per far sentire la sua emblematica voce alle nuove generazioni.

Faezeh Mardani

Note

1 Cfr. A. Bausani, Persia religiosa, Lionello Giordano Editore, Cosenza 1998, pp. 451-478.

2 Cfr. N.R. Keddi, Roots of Revolution: An Interpretive History of Modern Iran, Yale University Press, New Haven 1981; E. Abrahamian, Iran between Two Revolutions, Princeton University Press, Princeton 1983; F. Sabati, Storia dell’Iran, Bruno Mondadori, Milano 2003.

3 Cfr. A. Bausani, A. Pagliaro, Storia della letteratura persiana, Milano, pp. 543-544.

4 F. Sabahi, op. cit., pp. 40-41.

5 Ibid., pp. 42-43.

6 Y. Âryanpur, Az Sabâ tâ Nimâ, II vol., Zovvâr, Tehran 1357/1978, p. 380.

7 Ibid., pp. 361-380.

8 Nimâ Yushij è considerato il capostipite della poesia nuova e il primo poeta del Novecento persiano a offrire nuove teorie di rinnova- mento e a far nascere una nuova scuola poetica.

9 Cfr. N. Yushij, Harfhâye hamsâye (Parole del vicino), Donyâ, V ed., Tehran 1362/1983; N. Yushij, Majmu’e-ye kâmel-e ash’âr (Raccolta completa di poesie), Negâh, Tehran 1370/1991; She’r-e man (La mia poesia), Amir Kabir, II ed., Tehran 1352/1973.

10 F. Sabati, op. cit., pp. 95-101.

11 Ibid., pp. 110-124.

12 Ibid., pp. 118-121.

13 Ibid., pp. 135-147.

14 F. Farrokhzâd, Asir (Prigioniera), Amir Kabir, Tehran, 1334/1955.

15 A. Esmâili, A. Sedârat, Jâvdâné Forugh Farrokhzâd, II ed., Tehran

1347/1968, p. 286.

16 F. Farrokhzâd, Divar (Il muro), Amir Kabir, Tehran 1335/1956.

17 F. Farrokhzâd, ’Esiyân (Ribellione), Amir Kabir, Tehran 1337/1958.

18 F. Farrokhzâd, Gozine-ye ash’âr (Poesie scelte), III ed., Morvârid, Tehran 1369-1990, pp. 131-133.

19 Ibid., p. 15.

20 Masnavi è una delle forme metriche della poesia classica persiana adottata dai più importanti poeti mistici come Rumi.

21 Chahâr pâre, forma metrica simile a quartina adottata dai poeti modernisti di inizio Novecento per la sua flessibilità e semplicità.

22 F. Farrokhzâd, op. cit., 1369-1990, pp. 13-18.

23 E. Golestân (n. 1930), scrittore, regista, documentarista, è consi- derato uno dei più importanti tra i novellisti del secondo Novecento persiano per la sua prosa essenziale e impegnata.

24 F. Farrokhzâd, Tavallodi dighar (Un’altra nascita), Amir Kabir, Tehran 1343/1964.

25 Cfr. R. Brâheni, Talâ dar mes, III ed., Tehran 1358/1976.

26 F. Farrokhzâd, Tavallodi dighar (Un’altra nascita), XVI ed., Morvarid, Tehran 1369/1990, pp. 35-36, 38-39.

27 Ibid., pp. 30-31.

28 F. Farrokhzâd, op. cit., III ed., 1369-1990, pp. 21-22.

29 F. Farrokhzâd, op. cit., XVI ed., 1369-1990, pp.17-18.

30 F. Farrokhzâd, op. cit., XVI ed., 1369-1990, p. 81.

31 Cfr. G. Taraqqi, Bozorg bânuye hasti (Gran madre dell’essere), Nilufar, Tehran 1386/2007, pp. 49-88.

32 F. Farrokhzâd, Daftarhâye Zamâne, Sirus Tâhbâz (a cura di), III ristampa, Tehran s.d., p. 41.

33 «Ascolta il flauto di canna, com’esso narra la sua storia, com’esso triste lamenta la separazione: “Da quando mi strapparon dal Canneto, ha fatto piangere uomini e donne il mio dolce suono”». È l’incipit del famoso poema mistico di Rumi. Cfr. A. Bausani, op. cit., p. 451.

34 F. Farrokhzâd, op. cit., XVI ed., 1369-1990, p. 36.

35 Ibid., p. 144.

36 Ibid., p. 112.

37 Ibid., p. 150.

38 Band è considerato un insieme di versi con la stessa musicalità e carica emotiva. All’interno di una poesia ci possono essere diversi band simili al paragrafo in prosa.

39 F. Farrokhzâd, op. cit., III ed., 1369-1990, pp. 19-20.

40 F. Farrokhzâd, op. cit., XVI ed., 1369-1990, p. 134.

41 Ibid., pp. 129-130.

42 F. Farrokhzâd, op. cit., III ed., 1369-1990, p. 10.

43 F. Farrokhzâd, Yâd nâme (In ricordo di Forugh Farrokhzâd), Sirus Tâhbâz (a cura di), in «Ârash», n. 13, Tehran, s.d.

44 F. Farrokhzâd, Imân biâvarim be âghâz-e fasl-e sard… (Crediamo all’ini- zio della stagione fredda…), Morvarid, Tehran, 1353/1974.

45 Ibid., VIII ed., 1369/1990, p. 30.

46 Ibid., p. 30.

47 Ibid., p. 32.

48 Ibid., p. 36.

49 F. Farrokhzâd, op. cit., Sirus Tâhbâz (a cura di), n. 13, Tehran, s.d., p. 6.

50 F. Farrokhzâd, op. cit., VIII ed., 1369/1990, pp. 62-64. Ibid., p. 79.

51 Ibid., p. 69.

52 Ibid., p. 80.

53 Ibid., p. 100.

54 Ibid., p. 93.

55 F. Farrokhzâd, Daftarhâye Zamâne, Sirus Tâhbâz (a cura di), III ristampa, Tehran, s.d., p. 42.